La nostra Storia

Nota storica

(tratta dal preambolo dello Statuto Comunale)

 

Il Comune di Valdaone nasce il 1° gennaio 2015 dalla fusione dei precedenti Comuni di Bersone, Daone e Praso. Una fusione attuata attraverso un percorso politico-amministrativo che ha impegnato le tre amministrazioni e che ha coinvolto le tre diverse comunità, chiamate ad essere parte attiva e determinante di questo processo. Sono stati i cittadini di Bersone, Daone e Praso, infatti, a decretare la nascita del Comune di Valdaone attraverso il referendum consultivo del 13 aprile 2014 e, prima ancora, attraverso la consultazione informale del 26 maggio 2013 che ha dato il via all’iter amministrativo.

La storia

Bersone, Daone e Praso sono paesi dalla forte caratterizzazione alpina, connotati dallo stretto rapporto fra uomo e ambiente che si ritrova nella tipologia delle costruzioni tradizionali (nei centri storici e, soprattutto, nelle “ca da mont”) e nelle forme culturali e sociali elaborate nel corso dei tempi. Gli elementi naturali del territorio, la collocazione geografica in una valle lontana dai grandi centri abitati, la difficoltà nei trasporti, infatti, hanno segnato la storia e l’economia della zona e hanno conferito alla gente che la abita un inconfondibile carattere e una particolare identità, ancor oggi percepibili.

Non è facile collocare nel tempo l’origine degli abitati in cui oggi si articola il Comune di Valdaone. Documenti d’archivio testimoniano, tuttavia, la loro esistenza già nel secolo XIII così come sappiamo che la Valle di Daone è stata frequentata fin dai tempi del neolitico. Le tribù nomadi della Padania, dedite prevalentemente all’allevamento e alle prime e rudimentali forme di uso del territorio, vi giungevano risalendo il corso del fiume Chiese nel fondovalle.

Come per quasi tutti i paesi trentini, comunque, la storia di Bersone, Daone e Praso è caratterizzata dagli elementi della società agricolo-pastorale, che hanno determinato le vicende della Valle del Chiese dalla preistoria fino oltre la metà del XX secolo.

In epoca medievale queste tre “ville” si presentano legate sul piano politico-amministrativo e religioso con la comunità della Pieve di Bono, che nei documenti posteriori all’anno Mille appare divisa in due zone, separate l’una dall’altra dal torrente Reveglèr; Bersone con Formino, Praso con Sevrór e Merlino e Daone appartenevano alla Pieve di Bono Inferiore, ossia al “concilium a Reveglero inferius”, detto anche “dall’Erta in giù”.

Pur essendo comprese nella Pieve, queste comunità manifestano ben presto forme di autogestione economico-sociale e di autonomia giuridica, segno di una forte vivacità interna: sotto il portico delle chiese si tengono le assemblee dei capi famiglia, nelle quali sono discusse le questioni comuni, in particolare quelle inerenti gli usi civici, i problemi relativi ai pascoli e ai boschi da cui gli abitanti traggono il proprio sostentamento, i rapporti con le altre comunità; nelle stesse sono risolte anche le dispute collegate ai confini.

La crescente organizzazione interna delle singole piccole comunità si attua attraverso l’adozione di istituti amministrativi che regolano e scandiscono la vita del paese. Il più importante di questi è l’assemblea di régola che nominava i vari ufficiali comunali: il console, corrispondente al sindaco di oggi; i sindaci o procuratori, cioè i delegati per trattare cause particolari col vicario vescovile, col feudatario o con le comunità limitrofe; il saltaro, una specie di messo e guardia comunale; i massari, che erano i cassieri della comunità o di particolari enti quali chiese, confraternite religiose, altari, lasciti, malghe e mulini; i consiglieri giurati, che aiutavano i consoli e i massari nei loro uffici. Altri incarichi pubblici erano quelli degli arbitri, eletti per dirimere determinate controversie, di solito legate a confini del territorio, dei fontanieri o adacquatori e degli stimatori che dovevano calcolare e presentare poi ai consoli i danni da rifondere o valutare eventuali acquisti. Le norme di cui le comunità regolano la loro vita erano contenute negli statuti[1].

Dall’inizio del secondo millennio dopo Cristo la Valle del Chiese si trova sotto la sovranità dei principi vescovi di Trento. Gli imperatori istituiscono il principato per calcoli politici e strategici, con lo scopo di garantirsi un sicuro collegamento tra il Nord Europa e l’Italia. Il piano dell’imperatore funziona: su 80 discese di sovrani germanici in Italia tra il 950 e il 1250, contiamo 45 passaggi per il Brennero. Alcuni di essi, come ad esempio quelli degli imperatori Federico Barbarossa nel 1166, di Enrico VII nel 1311 o, ancora, del condottiero Georg von Frundsberg nel 1526, sfruttano anche la direttrice del Chiese.

Il principato ha una vita agitatissima per le lotte tra i vescovi, gli imperatori e i conti del Tirolo. Il capitano del vescovo per le Giudicarie, che avrebbe dovuto risiedere a Stenico, rimane di solito a Trento e si fa rappresentare da un luogotenente. Nel 1451, per la lontananza e le difficoltà di comunicazione con Stenico, le quattro Pievi più meridionali (Tione, Rendena, Bono e Condino) ottengono dal vescovo Giorgio Hack un vicario che risiede a Tione. Il capitano e il luogotenente di Stenico trattano le cause criminali, il vicario le civili ed esercita la sua giurisdizione anche sulle amministrazioni dei Comuni, dei quali approva gli statuti e gli ordinamenti. Dal 1451 al 1487 il capitanato delle Pievi al di là del Durone è nelle mani di esponenti della famiglia Lodron, che lo esercitano spesso in Castel Romano. I rapporti della Pieve e delle sue ville con l’autorità sovrana del vescovo non sono né stretti né regolari. L’unico legame continuo che indica la diretta sudditanza è costituito dalle imposte, che consistono in prestazioni in natura o in collette raccolte per fuoco, oggi diremmo più semplicemente per famiglia.

Le campagne napoleoniche di inizio Ottocento tolgono le Giudicarie dal loro quieto e modesto sistema di vivere e segnano la fine del Principato Vescovile di Trento e l’aggregazione dei paesi dapprima all’Austria, poi alla Baviera, successivamente al napoleonico Regno d’Italia, infine, nel 1815, all’Impero d’Austria. Con la fine del Principato Vescovile sono abolite anche le autonomie delle piccole comunità rurali e montane e scompare come istituto amministrativo civile anche la Pieve di Bono.

Il 18 agosto 1863 nasceva a Daone l'illustre storico Giuseppe Papaleoni, i cui studi, indispensabili a chi voglia conoscere la storia giudicariese, rivestono ancora oggi fondamentale importanza. Nel 1982 è stato istituito un Premio intitolato allo studioso, la cui premiazione si svolge a carattere triennale.

Negli ultimi decenni del 1800 le comunità sono interessate da un pesante fenomeno migratorio, per lo più indirizzato verso l'America, prima la meridionale e poi la settentrionale, e in seguito anche verso l'Australia. La fragile economia, basata principalmente sull’attività agricola e sull’allevamento, oltre che sullo sfruttamento dei numerosi boschi, non sempre, infatti, riesce a dare riposta alle famiglie.

Lo scoppio della Prima guerra mondiale nel 1914 porta sul fronte orientale, in particolar modo in Galizia, gli uomini validi anche dei paesi della Valle del Chiese. Mentre i soldati conoscono da vicino l’atrocità del conflitto, donne, vecchi e bambini rimasti a casa vivono il dramma della separazione e sono costretti a farsi carico della già fragile economia domestica, senza poter contare sul prezioso lavoro degli uomini. Saranno proprio donne, vecchi e bambini a vivere, l’anno successivo, la tragedia dell’evacuazione forzosa della popolazione. Con l’entrata in guerra dell’Italia nel 1915, la Valle del Chiese diventa, infatti, area del fronte e gli abitanti sono costretti dalle autorità a lasciare i propri paesi per raggiungere zone più sicure ma lontane da casa, in Val Rendena ma soprattutto nel Bleggio e del Lomaso. Inizia così un lungo esilio che li terrà esuli fino alla fine della guerra.

Profughi e reduci tornano a casa a guerra finita trovando un territorio fortemente segnato; la maggior parte delle case è stata distrutta dai bombardamenti e dagli incendi, i campi sono devastati e zeppi di ordigni inesplosi, i boschi sono stati tagliati o danneggiati. La ricostruzione dei paesi, privati di molta forza lavoro, è lenta ma coraggiosa.

Ancora oggi forti, trincee e camminamenti, ricordano le tragiche vicende della Grande Guerra. Forte Corno, una delle più imponenti fortezze austroungariche mai realizzate in Trentino, sorge poco sopra l’abitato di Praso e domina dall’alto il fondovalle e l’imbocco della Valle di Daone. Al suo interno un recente allestimento multimediale fa conoscere l’esperienza dei soldati e la storia dell’edificio. A Bersone il Museo della Grande Guerra in Valle del Chiese espone reperti provenienti dai ghiacciai dell’Adamello e dalle montagne della Valle, a perenne ricordo dei soldati e dei civili coinvolti nel conflitto. Sul territorio comunale trincee e camminamenti come quelli lungo il Percorso storico naturalistico di Pracul o sul Dosso dei Morti, testimoniano questo triste evento.

Fino ai decenni precedenti il boom economico degli anni Sessanta, l'economia prevalente della comunità rimane fermamente legata ai fili della secolare tradizione. Le risorse principali derivano da un'agricoltura elementare e di sussistenza, dall'allevamento e dalla ricchezza boschiva di cui la valle abbonda. Per una certa parte dell'anno molte famiglie si spostano nelle diverse località della valle o nei fienili a monte degli abitati, dove possono trattenersi anche dall'inizio della primavera fino ad autunno inoltrato. Anche le donne sono parte attiva di questa economia. Nell’abitato di Praso, in particolare, si diffonde la raccolta di piante medicinali, soprattutto dei fiori di arnica.

Il passaggio dalla società contadina a quella industriale e dei servizi avviene nel secondo dopoguerra ed è determinato soprattutto dalla costruzione delle centrali idroelettriche sul Chiese tra il 1952 e il 1960 (come non ricordare la realizzazione dell’imponente diga di Malga Bissina, di Malga Boazzo e del seppur più piccolo sbarramento di Morandino) e dal successivo arrivo nel fondovalle delle prime industrie. A ciò si aggiunge una graduale diffusione del sistema dei servizi che sposta nel settore terziario la manodopera da secoli impiegata nel primario e, più recentemente, nel secondario.

La forte richiesta di forza lavoro e le conseguenti disponibilità finanziarie provocano una “rivoluzione” economico-sociale ed accelera mutamenti strutturali e culturali che stravolgono la natura delle comunità ed offuscano alcuni dei valori che avevano cementato la società del passato; si affievoliscono e in parte scompaiono anche preziosi aspetti di cultura materiale legati all’agricoltura e all’allevamento che nel corso degli ultimi anni, invece, sono oggetto di nuova attenzione. Permangono, seppur in forme ridimensionate rispetto al passato, antiche istituzioni, come quelle dei legati, presenti sia a Bersone, che Daone e Praso.

Gli abitanti di Bersone, Praso e Daone continuano, tuttavia, a vedere nel patrimonio delle loro montagne e delle acque che scendendo da esse vanno ad alimentare il fiume Chiese che percorre la Valle di Daone, un’importante fonte di sostentamento e sviluppo economico, anche attraverso l’indotto e gli indennizzi degli impianti idroelettrici.

Oggi gli abitanti intravedono l’elemento unificante della loro storia futura nella “frequentazione” del territorio e in un turismo moderno e “diverso”, rispettoso e sostenibile che fa leva su aree incontaminate dove, ancora una volta, un corretto ed equilibrato rapporto fra uomo e ambiente potrà diventare una risorsa vincente, il vantaggio competitivo di cui Valdaone potrà giovarsi.

 

[1] Gli statuti di Daone sono datati 6 maggio 1307 e sono i secondi, per antichità, rispetto a quelli della Valle del Chiese. I primi ordinamenti sono quelli di Pradibodo del 1221.

Martedì, 16 Dicembre 2014 - Ultima modifica: Sabato, 04 Marzo 2017